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il lettore modello nel vangelo
In Giovanni 20 appare chiaramente la dialettica tra le differenti forme
del « vedere » necessarie per giungere alla fede.
Ci sono tante maniere, tante sfumature e qualità del « vedere », tanti livelli
a cui si può percepire qualche cosa!
E merito di D. Mollat l’aver mostrato che in Giovanni si trova
il primo abbozzo di una dottrina che diventerà classica nella tradizione,
quella del «risveglio dei sensi spirituali»;
Effettivamente, vedere, sentire, toccare, gustare, ecc., sono le differenti maniere per giungere,
attraverso la mediazione dei sensi, al mistero stesso della fede.
La «vista» e l’«udito» sono qui naturalmente i sensi più importanti:
vedere ciò che Gesù fa e ascoltare le sue parole
sono le prime tappe per giungere all’accettazione credente della sua persona.
In realtà non è l’occhio che veramente vede ο l’orecchio che ascolta, ma l’anima
ascoltare la Bibbiaperché la Bibbia non cerca solo comprensione, ma obbedienza
In ogni caso, il testo cerca il suo lettore, un lettore che sia capace di comprendere certi riferimenti, indici letterari, schemi comunicativi, impulsi, ecc.
Ogni opera prevede (e costruisce) il suo lettore ideale, ma in special modo la Bibbia che, nella «risposta-modello» dell’uomo, pone un elemento costitutivo dell’esperienza salvifica. prof. Mannsdal Targum:
la pioggia scende gratis dal cielo
così anche la Parola di Dio
discende dal cielo
gratis
meditazioninella cartella pubblica ci sono le meditazioni di E. Ronchi sul vangelo domenicale
in fondo al blog c'è anche il link da Avvenire
osservare i movimentiDio non è un merito da conquistare,
ma un dono da ricevere...
Gesù viene verso di te, come per Matteo.
il suo venire è dono da accogliere, per lui e per me.
e non sono io/tu che andiamo da Gesù
a rivendicare meriti.
essere veri discepoli
vuol dire "sempre" - seguire
non precedere.
Chi precede è lui - IL Maestro.
Grazie Gesù perchè mi hai visitato!! il fraintendimento
Uno dei segni distintivi del Vangelo di Giovanni è la frequenza con cui i suoi personaggi fraintendono Gesù. Questi fraintendimenti possono venire caratterizzati in termini generali con i seguenti elementi: 1) Gesù fa un'affermazione che è ambigua, metaforica, oppure contiene un duplice significato; 2) il suo «partner» di dialogo risponde, sia in termini di comprensione letterale dell'affermazione di Gesù, oppure con una domanda ο protesta che dimostra come lui ο lei non ha afferrato il significato più alto delle parole di Gesù; 3) in più casi una spiegazione è offerta da Gesù, oppure (meno di frequente) dal narratore. I fraintendimenti, perciò, offrono un'opportunità per spiegare il significato delle parole di Gesù e sviluppare ulteriormente temi significativi (...). La loro efficacia sul lettore è certamente più grande di quella che si otterrebbe se il significato fosse stato offerto chiaramente e semplicemente fin dall'inizio. rispondere al dialogoSi percepisce che il linguaggio è dialogo, vale a dire né il monologo cattedratico né il chiacchiericcio. Allora succede che Nicodemo risponde con gravità (3,4.9), la samaritana con insolenza (4,9.11.15), Filippo con candore (6,7 e 14,8), Marta con melanconia (11,24), Tommaso con ostinazione (11,16; 14,5; 20,25), la gente di Cafarnao con malevolenza (6,30.42.52), la gente del tempio con odio esasperato (8,48), ecc. Ma Gesù sa anche fare, per noi, la parte di colui che «fraintende»; e l'ufficiale del re se ne accorge (4,46-54) (...). Giovanni ha saputo trasmetterci le intonazioni singolari di un Messia che parla a ciascuno nell'intimo, senza mai far dimenticare che egli è il Signore. La sua profonda amicizia, che è insieme discreta e gioiosa, mantiene sempre qualcosa di urtante, come se non volesse lasciare a noi l'appannaggio dell'inettitudine. il linguaggio di Gesù
Guardando più da vicino si constata che, se i Sinottici ci riferiscono quello che Gesù ha detto, è in Giovanni che sentiamo parlare Gesù. È in lui che si scopre la vita del linguaggio di Gesù, questa limpidezza provocante, questa trasparenza che dà le vertigini, questa luminosità che sembra dissolvere gli oggetti per lasciarci in preda alle persone ... Egli mira al centro, polverizza i nostri postulati: «Se non si rinasce dall'alto ... Sei tu che dovresti chiedere a me da bere» (Gv 3,5; 4,10). Egli non retrocede per attenuare lo choc. Ci si stupisce, e lui rincara la dose. Suscita soprassalti, che mettono in luce i malintesi. nel vangelo di GiovanniCominciando il suo ministero, Cristo, tralasciando il nome di “Dio”, introduce quello di “Padre”. Il concetto di Dio Padre è dominante nel cristianesimo, ed è Cristo a chiarire questa realtà di Dio come Padre. Esso implica l’idea di figli e di figlie, suggerendo amore e tenerezza. Questa verità è la chiave che apre molte porte, la luce che mette allo scoperto ciò che è santo e nascosto. la forza del malintesoCiò che è esplicito nei Sinottici, in Giovanni diventa di una semplicità ambigua, che sembra essere stata spesso lo stile di Gesù. Il «malinteso» vi è presente come la base del dialogo che è, esso stesso, la base del linguaggio. Più che dialettico questo itinerario è una sorta di finesse vitale. Ogni parola, senza opporsi alla precedente, la prende leggermente in contropiede. Il Messia ama disorientare. elogio del dialogoGiovanni mostra una dimensione del linguaggio di Dio che non appare affatto nei Sinottici. Matteo ha un po' fretta di immagazzinare un'esperienza, e Luca, di pervenire a delle conclusioni. Giovanni fa vedere che il linguaggio è dialogo. Non si dà linguaggio senza interlocutore, per quanto meschino ottuso ο docile egli possa essere ... Parlare a qualcuno significa gettargli un ormeggio, altrimenti si profana il linguaggio. Gesù ci ormeggia sia con una rudezza da scogliera, sia con una svolta parabolica, oppure con intimanti enigmi, ο con modi bruschi... Egli ha cominciato la sua vita pubblica con una domanda: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). Ciò significava prenderci di sorpresa e suscitare la nostra domanda: «Dove abiti?». Egli sa anche risponderci di traverso per farci parlare. E, questa, la squisitezza di Dio. Una risposta che si incastrasse nella domanda, come il tenone nella mortasa, supporrebbe un «partner» inerte. Tutte le culture popolari, ma in modo eminente quelle del Vicino Oriente semitico, sembrano molto più consapevoli di ciò di quanto non lo sia parecchia cultura elaborata. il dialogo BiblicoIl fascino del dialogo biblico L'insistente predilezione di Giovanni per la forma letteraria del dialogo esprime, già per se stessa, ciò che il Prologo enuncia solennemente all'inizio: «La Parola diventò carne e pose la sua tenda tra noi» (Gv 1,14). S. Bernardo aveva giustamente accomunato il testo di Giovanni con Bar 3,38 («La Sapienza è apparsa sulla terra e ha conversato con gli uomini»): «L'invisibile Dio volle essere visto nella carne umana e da uomo vero conversare con gli uomini».
L'irrompere nel tempo, con voce e volto d'uomo, della Parola eterna di Dìo riassume il tono della interpellazione e del dialogo che percorre l'intero corso della storia della salvezza, a cominciare dalla domanda di Dio creatore all'uomo appena creato: Adam, dove sei? (Gen 3,9), per arrivare alla prima parola-domanda di Gesù: Che cosa cercate? (Gv l,38a). Ancora una volta, anzi più di sempre, è l'io ottuso e muto dell'uomo che attende la parola redentrice dalla bocca di Dio, allo scopo di poter pronunciare - dinanzi al forte e distinto Tu divino che chiede di lui - il primo sommesso e timido io della vergogna (Adam), l'io della fuga fratricida (Caino), l'io del pentimento (Davide), dell'angoscia (Giobbe), della piena donazione di sé (il Servo di JHWH), della giovanile ricerca della verità e della vita (i primi discepoli di Gesù, in Gv l,38b). |
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