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    Angeli

    di Ravasi

    Dalla prima pagina della Bibbia coi «cherubini dalla fiamma della spada folgorante», posti a guardia del giardino dell’Eden fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, le Sacre Scritture sono animate dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalità differenti.

    Il nome stesso ebraico, mal’ak, e greco, anghelos, ne denota la funzione: significa, infatti, “messaggero”. Da qui è possibile intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la “necessità” (L’angelo necessario è il titolo di un suo libro) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari (a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e pontifici e accolta nella liturgia e nella pietà popolare.

    Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e “altro” rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il “messaggero”. È per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto “l’angelo del Signore”, ma subito dopo è «Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè!».

    La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede». Si ha qui l’immagine tradizionale dell’“angelo custode”, bene raffigurata nell’angelo Azaria-Raffaele del libro di Tobia.

    Amore

    Amore  
     
    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. (Giovanni 15,12)
     
         
       
     
     
     
     
     
    Autore: Gianfranco Ravasi
     
     
    Tratto da: Famiglia Cristiana
     

    Partiamo da una curiosità statistica. Nel Nuovo Testamento, la radice del termine greco che indica l’amore, agàpe, risuona ben 320 volte (116 volte come sostantivo, 143 volte come verbo e 61 come aggettivo). Siamo, quindi, in presenza di una categoria ideale fondamentale. Contrariamente a quanto si crede, essa attinge la sua realtà già nell’Antico Testamento, come ricorda Gesù a quello scriba che lo interroga sul «primo di tutti i comandamenti»: la risposta è in quell’«Amerai il Signore Dio tuo… e amerai il prossimo tuo», che è la citazione di due passi biblici (Marco 12,29-31; Deuteronomio 6,4-5; Levitico 19,18).

     

    La voce di Mosè e quella di Cristo parlano, dunque, all’unisono e a essi si assocerà anche san Paolo con la stessa proposta (Romani 13,9-10). In ebraico il termine che meglio riflette questo amore divino e umano è hesed ed esprime la gamma variegata di sentimenti e di impegni che intercorrono tra due persone legate da un’alleanza d’amore. Dio, secondo il libro della Sapienza, «ama tutte le realtà che esistono ed è il Signore amante della vita» (11,24.26). La sua è una rivelazione d’amore: «Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo il mio hesed», ossia il mio amore fedele, dice il Signore a Israele (Geremia 31,3).

     

    Il cristianesimo raccoglie questo messaggio della Prima Alleanza e ne fa quasi il suo vessillo coniando quella straordinaria definizione: «Dio è amore» (1Giovanni 4,8.16), è «il Dio dell’amore» (2Corinzi 13,11). La stessa missione di Cristo è quella di rivelare che «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Giovanni 3,16); e infatti egli «passò facendo del bene e risanando tutti i sofferenti» (Atti 10,38). A questo amore divino, che non ignora la giustizia come segno della verità dell’amore, deve corrispondere il nostro amore: «Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci… Se ci amiamo, Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in noi» (1Giovanni 4,11-12).

     

    Due sono le dimensioni di questo amore, come suggeriva Gesù allo scriba sopra citato. Esso deve innanzitutto orientarsi verso Dio Padre, accogliendo la sua parola e la sua legge. «Ti amo, Signore, mia forza» (Salmo 18,2): può essere questa la comune professione d’amore dell’ebreo e del cristiano, e il Cantico dei cantici o la storia del profeta Osea (capitoli 1-3) sono la parabola simbolica di questo amore che conosce l’intimità, ma anche il tempo della prova e del nostro tradimento.

     

    L’amore deve, poi, proiettarsi verso i fratelli: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Giovanni 4,21). Cristo spingerà il precetto biblico antico fino alle sue estreme conseguenze, portando l’amore verso la vetta suprema del perdono del nemico e della donazione di sé: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Giovanni 15,13). Questa generosità, che si estende soprattutto verso gli ultimi, i poveri e i sofferenti, sarà l’argomento decisivo del giudizio divino sull’umanità alla fine della storia, perché – dirà Cristo - «tutto quello che avete fatto a questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).

    Alleanza

    Alleanza  
     
    Questo è il segno dell'alleanza che io pongo tra me e voi… Sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra. (Genesi 9,12-13)
     
         
       
     
     
     
     
     
    Autore: Gianfranco Ravasi
     
     
    Tratto da: Famiglia Cristiana del 01/04/2008
     

    “Alleanza”, in ebraico berit è una delle parole più importanti della Bibbia, soprattutto nelle pagine della Torah, la Legge, i primi cinque libri delle Sacre Scritture, e in alcuni passi profetici. Il termine cerca di esprimere il rapporto che intercorre tra il Signore e il suo popolo. Due sono le considerazioni preliminari indispensabili. Innanzitutto non si deve concepire l’alleanza come un patto bilaterale simile a quello che avviene tra Stati: il primato è quello di Dio che prende l’iniziativa e offre l’impegno più stabile ed efficace. Per questo motivo si può parlare più di promessa, di giuramento, di “testamento” divino a cui l’uomo risponde ricevendo un dono e, purtroppo, rivelando spesso incostanza nella gratitudine e infedeltà.

     

    La seconda osservazione riguarda le forme molteplici con cui l’alleanza viene descritta nella Bibbia. Si parte da un modello che è basato sui trattati vassallatici in uso nell’antico Vicino Oriente, soprattutto tra gli Ittiti. Lo schema era quello di un accordo tra il gran re e i prìncipi satelliti: i contenuti riguardavano i reciproci diritti e doveri; l’atto avveniva sotto la protezione della divinità comune e con la siglatura alla presenza di testimoni, il tutto suggellato da una stele che fungesse da memoriale. Si legga il capitolo 24 di Giosuè, ove è riferita una cerimonia celebrata da Giosuè a Sichem, dopo che Israele è entrato nella terra promessa, e si potrà ritrovare la sostanza di quello schema.

    acqua nella Bibbia

     
    Acqua  
     
    Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete (Giovanni 4,13-14).
     
         
         
     
     
     
     
     
    Autore: Gianfranco Ravasi
     
     
    Tratto da: Famiglia Cristiana del 01/04/2008
     
    l’acqua nella Bibbia – come peraltro in tutte le religioni – non è solo una presenza fisica, sospirata e preziosa, ma è soprattutto un grande simbolo spirituale.
    Sono almeno 1.500 i passi biblici “bagnati” dalle acque e certamente ci si imbatte in sorgenti, fiumi e “mari” (termine che evoca anche i laghi), ma anche in piogge, nevi, rugiade, pozzi, cisterne, acquedotti, piscine, bagni, torrenti, imbarcazioni, pescatori, pesci e così via. Tre sono i “mari” naturali: il lago di Tiberiade o di Genesaret, il mar Morto e il mar delle Canne (mar Rosso); ma fa capolino anche il Mediterraneo, almeno come fondale.

     

    Entrano in scena anche i grandiosi fiumi del Vicino Oriente: il Tigri, l’Eufrate e il Nilo, ma c’è innanzitutto il Giordano, il fiume della Terra Santa.

    Queste realtà geografiche racchiudono in sé anche vicende storiche decisive: si pensi solo al transito glorioso attraverso il mare compiuto da Israele in fuga dall’oppressione faraonica, oppure al passaggio del Giordano per entrare nella terra promessa, ma si deve fare riferimento anche al battesimo di Gesù nelle acque di quel fiume.

    L’acqua, però, condensa in sé valori simbolici fondamentali al punto tale da trasformarsi in un segno stesso di Dio e della sua parola.

     

    Così, il profeta Geremia descrive in modo incisivo il peccato di Israele come l’aver «abbandonato il Signore, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua» (2,13). Per questo l’orante di quel gioiello poetico e mistico che è il Salmo 42 (41) descrive l’anelito dell’anima verso Dio come quello della «cerva che anela ai corsi d’acqua: così l’anima mia sospira a te, o Dio. L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente». E il profeta Amos aveva intravisto il giorno in cui «la sete d’acqua»sarà quella di «ascoltare la parola del Signore» (8,11). Una parola che Isaia compara all’acqua che «irriga la terra, la feconda e la fa germogliare dando seme al seminatore e pane da mangiare» (55,10-11).

     

    L’acqua è, però, anche un segno di purificazione che riguarda l’uomo: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli» (Ezechiele 36,25). Anzi, essa è alla radice della creatura nuova che rinasce dalle acque battesimali: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio», dice Gesù a Nicodemo (Giovanni 3,5). E alla Samaritana Gesù promette un’acqua ben diversa da quella attinta al pozzo di Giacobbe: «Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete» (Giovanni 4,14). L’acqua diventa, quindi, il segno del principio della vita nuova del credente, nel quale è effuso lo Spirito di Dio. È ciò che viene esplicitato in un celebre passo giovanneo: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva scorreranno dal suo grembo» (7,37-38).

     

    Certo, l’acqua rivela anche un profilo terribile, di giudizio e di distruzione: pensiamo solo al diluvio o, più semplicemente, al mare che nella Bibbia è visto come un simbolo del nulla, del caos, della morte. Ma la meta ultima della storia è nella rappresentazione della Gerusalemme nuova, dipinta dall’Apocalisse: «Il mare non c’era più […]. Un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello […]. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» (21,1.6; 22,1). Quel Dio, che aveva dissetato il suo popolo nel deserto, offrirà allora una «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Giovanni 4,14).

    ellenismo

    Ellenismo.

    Cultura che presenta elementi greci e orientali e che dominava nella parte orientale del Bacino del Mediterraneo, a partire da Alessandro Magno (IV sec. a.C.) fino all II/III sec. d.C. Essa influì sulla mentalità, la religiosità, i costuni, l’arte. Di solito si distinguono le comunità ellenistiche che vivevano nel mondo greco-romano dalle comunità palestinesi. Questa distinzione deve essere sfumata, perché l’influenza della cultura e della civiltà ellenistica penetrò anche in Palestina.

    Canone

    Canone

    (dal greco kanòn, "canna, regola"). Il canone è l’elenco delle S.Scritture cristiane. Un libro canonico fa parte della Bibbia, a differenza di un libro apocrifo.

    Beatitudine

    Beatitudine

    (o "macarismo" dal greco makarios, "felice"). Augurio e proposta di benedizione che Gesù annuncia come nuova legge per i cristiani. Le beatitudini sono riportate in due redazioni, una più ampia e generale (Mt 5,3-12), l'altra più sintetica e concreta, in contrasto con altrettanti "guai" (Lc 6,20-26).

    apocrifo

    Apocrifo

    (dal greco apokryphos, "occulto, nascosto, segreto"). Designa uno scritto della letteratura religiosa giudaica e cristiana spesso attribuito a un personaggio biblico, non accolto nel canone delle Scritture cristiane (quelli dell’AT, che vanno fino al II sec. d. C., vengono chiamati anche Pseudoepigrapha dalle Chiese della Riforma). Tra gli apocrifi dell’AT ci sono ad esempio il Libro di Enoc, gli Oracoli Sibillini, ecc. Tra quelli del NT (dal II al V sec. d. C.) si contano i Vangeli apocrifi (riportano tradizioni popolari e alcuni riflettono polemiche dottrinali; i più noti sono il Vangelo degli Ebrei, di Pietro, di Tommaso, di Giacomo), gli Atti apocrifi, le Apocalissi apocrife.

    apocalittica

    Apocalittica

    (dal greco apokalypsis, "rivelazione"). È una corrente religiosa e un genere letterario coltivato anche dai giudei e dai cristiani tra il II sec. a. C. e il II sec. d.C. Si identifica con opere redatte in periodo di persecuzione, in cui Dio annuncia a un veggente degli sconvolgimenti che rendono giustizia ai giusti e castigano gli empi. Pone l’attenzione sulla fine dei tempi vista come imminente e sui segni che la precedono. La rivelazione avviene spesso mediante visioni avute da qualche grande personalità del passato (Enoch... ) e viene espressa con simboli, speculazioni sui numeri, ecc. Esistono degli scritti apocalittci dell’AT (cf. Il libro di Daniele), un apocalisse del NT (quella di Giovanni) e numerose apocalissi apocrife (come il rotolo della Guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre, 1QM).

    alleanza

    Alleanza.

    È una relazione-patto di solidarietà fra due contraenti, in ebraico viene chiamata berit, che probabilmente significa "fra due". Stringere alleanza si dice "karat berit", "tagliare fra due": i contraenti passavano tra le carni tagliate in due di un animale sacrificato ed invocavano su di sé la stessa sorte se avessero trasgredito le clausole del patto. L’alleanza con Jhwh, con la divinità non si trova al di fuori di Israele (cf. con Abramo, Gen 15,7-21; 17; con il popolo, Es 19; con Davide, 2Sam 7; ecc.).